Addestrare alla vita? Life coaching e counseling

Komorebi Photo

Si può davvero addestrare alla vita?

Quando si parla di counseling e di coaching, la confusione è grande, e non è solo una confusione terminologica: è una confusione culturale. Perché dietro le parole c’è un’idea dell’essere umano, del cambiamento, della vita stessa.

Il counselling nasce storicamente dall’approccio umanistico di Carl Rogers, e poi si sviluppa in altre direzioni, come la Gestalt. È un lavoro che si fonda sulla relazione, sull’ascolto, sul qui e ora, sull’attenzione al come una persona vive il presente e su come il passato si ripresenta nel presente. Non lavora sulla psicopatologia – che resta ambito della psicoterapia – ma sul disagio esistenziale, sulle difficoltà relazionali, sui momenti di passaggio, di crisi, di scelta.

Anche il coaching, almeno nelle sue origini, non nasce come psicoterapia. Deriva piuttosto da modelli strategici, dal problem solving, dalla scuola di Palo Alto, da Watzlawick e collaboratori, e dall’ambito sportivo e aziendale. Il suo focus è chiaro: obiettivi, strategie, risultati. E fin qui nulla da dire. Il coaching sportivo ha senso. Il coaching professionale, in certi contesti, ha senso.

Il problema nasce quando si parla di life coaching, di mental coaching, di addestramento alla vita. Qui qualcosa si inceppa.

Perché che cosa significa, esattamente, “addestrare alla vita”? Chi è il life coach? Un allenatore dell’esistenza? Qualcuno che insegna come si vive? Con quali criteri, con quale modello, con quale legittimazione? E soprattutto: che idea di vita c’è dietro questa proposta?

La vita non è una disciplina sportiva, né una carriera da ottimizzare. Non è una performance da migliorare. È un processo complesso, fatto di emozioni, relazioni, conflitti, perdite, desideri, cambiamenti imprevedibili. Ridurla a una serie di strategie da applicare significa trasmettere un messaggio culturalmente fuorviante: che esistano tecniche giuste per vivere meglio, come se il problema fosse solo trovare il metodo corretto.

Ma il lavoro che fa il counseling – anche nella Gestalt – non è forse già un lavoro sulla vita? Certo che lo è. Solo che non è un addestramento. È un accompagnamento. Non si tratta di insegnare cosa fare, ma di aiutare la persona a diventare più consapevole di come vive, di come entra in relazione, di cosa evita, di cosa desidera, di cosa ripete. È un lavoro sul presente, sul qui e ora, su ciò che emerge nell’incontro, non su protocolli da seguire.

Il counseling non promette soluzioni rapide né strategie magiche. Non dice: “fai così e la tua vita funzionerà”. Dice piuttosto: fermiamoci, guardiamo, ascoltiamo. Vediamo che senso ha quello che stai vivendo. E da lì, eventualmente, qualcosa cambia.

Il life coaching, invece, rischia di veicolare l’idea opposta: che la vita sia un problema da risolvere, un obiettivo da raggiungere, una competenza da acquisire. E questo non solo è riduttivo, ma può diventare profondamente disconfermante per la persona, perché implicitamente le dice: se non funziona, è perché non stai applicando bene la tecnica.

Ecco perché il punto non è stabilire una gerarchia tra counselling e coaching, ma riconoscere i confini. Il coaching ha senso quando lavora su obiettivi specifici, contestualizzati, limitati. Il counselling ha senso quando si occupa della persona nella sua esperienza di vita. Ma la vita, nel suo insieme, non può essere addestrata.

Non si può allenare qualcuno a vivere, perché vivere non è una prestazione. Si può, però, accompagnare una persona a diventare più presente a se stessa, più consapevole delle proprie modalità di stare nel mondo. E questa differenza, che può sembrare sottile, è in realtà fondamentale.

Perché tra l’allenare e l’accompagnare c’è una distanza etica e culturale enorme. 
Confonderla non significa forse perdere di vista ciò che rende davvero umano il lavoro di relazione e di aiuto? 

Immagine post di Komorebi photo


Bibliografia 

Rogers, C. R. (1970). Un modo di essere. Firenze: Giunti.
→ Testo fondamentale dell’approccio centrato sulla persona: la relazione come spazio di crescita, senza direttività né addestramento.

Perls, F. (1977). Gestalt Therapy Verbatim. Roma: Astrolabio.
→ Riferimento chiave per il lavoro sul qui e ora, sulla consapevolezza e sulla responsabilità, lontano da logiche prestazionali.

Yalom, I. D. (1989). Psicoterapia esistenziale. Milano: Neri Pozza.
→ La vita come esperienza complessa, segnata da scelte, limiti e ricerca di senso, non riducibile a tecniche di ottimizzazione.

Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. (1981). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.
→ Utile per comprendere le radici strategiche del coaching e i suoi limiti quando applicato al disagio esistenziale.

Cavanagh, M., & Lane, D. A. (2014). La psicologia del coaching. Milano: FrancoAngeli.
→ Testo critico dall’interno del mondo del coaching: chiarisce confini, responsabilità e rischi etici dello sconfinamento nel lavoro sulla vita personale.

Grant, A. M. (2017). Coaching basato sull’evidenza. Milano: FrancoAngeli.
→ Mostra come l’efficacia del coaching sia legata a obiettivi specifici e contestualizzati, non a un generico “miglioramento della vita”.
 

Commenti

Post più popolari