"Mi manca di rispetto": il cortocircuito tra ciò che diciamo ai bambini e ciò che facciamo
Voglio partire da una premessa. Questa è una riflessione delicata, e riguarda qualcosa che osservo anche in me stessa. Non è un atto d'accusa verso i genitori, gli insegnanti o gli educatori, che fanno un lavoro difficilissimo, spesso in solitudine. È un tentativo di guardare un nodo che ci riguarda tutti, come adulti e come società.
C'è una frase che sento continuamente, davanti a un bambino che si oppone, che urla, che diventa aggressivo: mi sta mancando di rispetto. La dicono i genitori, la dicono gli insegnanti, la dico a volte anch'io, almeno nella mia testa. Ed è da questa frase che voglio partire, perché credo che contenga molto più di quanto sembri.
Una reazione antica
Sentirsi mancare di rispetto da un bambino è una reazione antica. Per secoli il rispetto è stato qualcosa che si doveva a chi aveva più potere, e nella relazione tra adulto e bambino l'adulto aveva tutto il potere. Il bambino era un essere nelle mani dell'adulto, anche solo per la propria sopravvivenza: dipendeva da lui per il cibo, per la casa, per la protezione. Doveva obbedire, e l'obbedienza era la misura del rispetto.
La psicoanalista Alice Miller ha raccontato questa tradizione educativa con il nome di pedagogia nera. Era un insieme di principi, a lungo considerati normali e perfino virtuosi, secondo cui la volontà del bambino andava piegata il prima possibile, i suoi sentimenti erano capricci da correggere, e il bambino "educato" era quello che non disturbava. In quella visione il rispetto andava in una sola direzione: dal basso verso l'alto.
Il bambino diventa una persona
Poi qualcosa è cambiato, e profondamente. La pedagogia e la psicologia hanno trasformato lo sguardo sull'infanzia. Già Rousseau invitava a vedere il bambino come un essere con le sue peculiarità, e non come un adulto in miniatura o un adulto mancante. Nel Novecento questa idea è diventata patrimonio comune: il bambino ha emozioni proprie, bisogni propri, un modo proprio di stare al mondo, che meritano di essere riconosciuti.
Il terapeuta familiare Jesper Juul ha parlato di bambino competente: un bambino che fin da piccolissimo sa dirci, con il suo comportamento, che cosa gli fa bene e che cosa no, se solo siamo disposti ad ascoltarlo. Non significa che il bambino debba decidere tutto. Significa che il suo punto di vista conta.
Oggi, almeno in teoria, viviamo in una società che non si fonda più sull'obbedienza, ma sulla libertà di espressione e sul riconoscimento di ciò che ogni bambino è. Lo diciamo nei libri, nelle scuole, nei discorsi. Il bambino è diventato importante.
Il ritorno dell'obbedienza
Questo è ciò che è accaduto sul piano delle idee. Nella pratica, però, osservo qualcosa di diverso. In particolare nella mia generazione, gli adulti che oggi hanno tra i quaranta e i sessant'anni, sento tornare con forza un vocabolario che sembrava superato: mi manca di rispetto, fa i capricci, deve imparare a obbedire, ci vuole più disciplina.
Anche a scuola si parla sempre più spesso di regole, sanzioni, voti in condotta. Il pedagogista Daniele Novara lo dice chiaramente già dal titolo di un suo libro, Punire non serve a nulla: la punizione ottiene un'obbedienza di superficie, che dura finché l'adulto guarda, ma non insegna al bambino a stare nelle relazioni.
È come se la percezione del bambino tornasse indietro. Ci siamo detti che il bambino è una persona, ma quando quella persona si oppone, alza la voce, ci contraddice, torniamo a vederlo come qualcuno che deve stare al suo posto. E questo, secondo me, crea un cortocircuito nella relazione.
Tutti oppositivi?
Negli ultimi anni i bambini sembrano essere diventati tutti oppositivi e aggressivi. Lo sento dire da genitori, da insegnanti, da educatori. Ma se è davvero così, se una generazione intera di bambini ci appare oppositiva, non possiamo più considerarlo un problema individuale, di quel bambino o di quella famiglia. È un problema sociale, che riguarda il modo in cui stiamo insieme.
Miguel Benasayag e Gérard Schmit, due psichiatri che per anni hanno lavorato con ragazzi in difficoltà, hanno scritto che molto del disagio dei giovani non nasce dentro di loro, ma dal clima in cui crescono: un'epoca in cui il futuro appare come una minaccia più che come una promessa. Leggere il disagio solo come un difetto del singolo rischia di farci perdere di vista il contesto.
Penso anche ai bambini con ADHD. Le loro difficoltà sono reali e meritano attenzione e cure competenti: non si tratta di negarle. Ma spesso, accanto alla diagnosi, arriva un'altra etichetta, non scritta: il bambino oppositivo, quasi mancante di etica, quello "che non vuole". Ed è un'etichetta che rischia di pesare più della difficoltà stessa, perché cambia il modo in cui gli adulti lo guardano ogni giorno.
Adulti che hanno paura dei bambini
C'è poi qualcosa che mi colpisce molto: molti adulti sembrano avere paura dei bambini. Paura della loro intensità, della forza con cui esprimono i loro bisogni, del loro modo di occupare lo spazio con il corpo e con la voce. Come se quell'intensità fosse di per sé una minaccia, un segno che qualcosa è andato storto.
Eppure l'intensità è propria dell'infanzia. Un bambino che chiede con forza non è necessariamente un bambino che sfida: spesso è un bambino che non ha ancora trovato un altro modo di chiedere. Se l'adulto lo vive come un attacco al proprio ruolo, la risposta diventa difendersi. E un adulto che si difende non può ascoltare.
Al centro di tutto, eppure soli
A guardare bene, il bisogno del bambino spesso non viene davvero ascoltato. In apparenza il bambino è al centro di tutto: i vestiti, i giochi, le attività, le feste, le fotografie. Non gli manca niente. Ma poi viene lasciato solo, molto solo. Davanti ai giochi elettronici, ai social, chiuso nella sua stanza.
E non ha nemmeno più altri bambini con cui scendere a giocare, perché i cortili non esistono più, o sono vuoti. Lo psicologo Jonathan Haidt ha descritto questo passaggio come lo spostamento da un'infanzia fondata sul gioco libero, all'aperto e con gli altri, a un'infanzia vissuta attraverso uno schermo. È una perdita enorme, perché è proprio nel gioco libero con gli altri bambini che si impara a litigare e a fare pace, ad aspettare il proprio turno, a regolare la rabbia senza un adulto che arbitra.
La presenza vera
Non è una questione di tempo, e non voglio che sembri un rimprovero ai genitori che lavorano. Anche i miei genitori lavoravano, e non è che i bambini di allora giocassero con i genitori: si giocava tra bambini, per strada, in cortile.
Mia madre tornava a casa la sera. Ma quando c'era, c'era. Si parlava, ci si raccontava la giornata. Non era un fingere di farlo, era un interesse vero. Se era stanca, era stanca, e non faceva finta di non esserlo. Ma io sentivo la sua presenza, il suo interesse per me, per quello che facevo e che pensavo.
Credo che la differenza stia qui. Non nella quantità di tempo, ma nella qualità dello sguardo. Si può stare un'ora accanto a un figlio senza vederlo, e si possono passare dieci minuti in cui lui si sente visto davvero.
Quando gli adulti sono in crisi
Ci sono poi momenti in cui, per tutti, è più difficile vedere i figli. Penso alle separazioni. È un tempo di crisi in cui il genitore è inevitabilmente concentrato su di sé, sul proprio dolore, sulla rabbia, sulle decisioni da prendere. E i bisogni del bambino o del ragazzo rischiano di scomparire, proprio quando sarebbero più forti.
Non è una colpa: è umano. Ma è uno dei momenti più complessi per l'intera famiglia, e spesso è proprio lì che i comportamenti dei figli si fanno più difficili. Non per cattiveria, ma perché è il loro modo di dire: ci sono anch'io.
Il doppio messaggio
Mi sembra che oggi esista una costruzione, in parte falsa, dell'attenzione verso il bambino. Si dice di metterlo al centro, ma quello che si fa racconta un'altra cosa.
L'antropologo Gregory Bateson ha dato un nome a questa situazione: doppio legame. Si crea quando una persona riceve due messaggi che si contraddicono, per esempio uno detto a parole e l'altro trasmesso dai gesti, dal tono, dai fatti, senza avere la possibilità di far notare la contraddizione né di sottrarsi alla relazione. Il bambino è esattamente in questa posizione: non può andarsene, e raramente ha le parole per dire "quello che mi dici non corrisponde a quello che fai".
A parole gli diciamo: sei importante, ti rispetto, sei una persona con le tue caratteristiche. Nei fatti: non esisti davvero, devi stare sotto le mie decisioni, devi portarmi rispetto. Oppure: sei al centro di tutto, ma poi resta solo con un tablet.
A volte mi chiedo se non sarebbe quasi più sano un messaggio coerente, anche se duro. Non lo auguro a nessun bambino, ma almeno non confonde. Il bambino che riceve due messaggi opposti non sa a quale credere. E spesso l'unico modo che trova per segnalare che qualcosa non torna è proprio opporsi.
Qualche domanda per noi adulti
Non ho una ricetta, e diffido di chi ne offre. Ma credo che, davanti a un bambino che "ci manca di rispetto", possiamo fermarci un momento e farci qualche domanda.
- Che cosa sento io, adesso? Rabbia, umiliazione, paura di non essere all'altezza? Spesso il "mi manca di rispetto" parla più di noi che del bambino.
- Mi sta sfidando o mi sta dicendo qualcosa? Un'opposizione può essere il modo maldestro di comunicare un bisogno che non trova altre strade.
- Le mie parole e i miei gesti dicono la stessa cosa? Se dico "sei importante", quel bambino lo vede anche in quello che faccio?
- Quando è stata l'ultima volta che l'ho visto davvero? Non accudito, non controllato, non organizzato: visto.
- Il rispetto che chiedo, lo sto anche dando? Il rispetto che nasce dalla paura dura finché dura il potere. Quello che nasce dalla relazione resta.
Forse, allora, la domanda da farci non è come faccio a farmi rispettare. È un'altra: quanto lo sto davvero vedendo?
Se in queste righe ti sei riconosciuto o riconosciuta, come genitore, educatore o semplicemente come adulto, e senti il bisogno di uno spazio per guardarci dentro, puoi scrivermi. Accompagno online le persone nei momenti di difficoltà, di cambiamento e nelle relazioni, e nello Spazio genitori madri e padri alle prese con figli che si oppongono o esplodono.
→ https://counselingtempodellessere.com/spazio-genitori.html
Smeralda Picerno è counselor gestaltica. Per molto tempo ha lavorato come educatrice domiciliare, affiancando bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento (DSA, ADHD) e con difficoltà emotive e comportamentali, anche in collaborazione con i servizi sociali. Ha condotto uno sportello di ascolto di counseling in una scuola superiore. Oggi lavora online come counselor, sostenendo le persone nei periodi di difficoltà e di cambiamento e nelle difficoltà relazionali.
Per approfondire
Alice Miller, La persecuzione del bambino. Le radici della violenza, Bollati Boringhieri.
Jesper Juul, Il bambino è competente, Feltrinelli.
Daniele Novara, Punire non serve a nulla, BUR.
Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi.
Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli.
Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, Rizzoli.
Jean-Jacques Rousseau, Emilio.
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